Conoscere Teresa di Lisieux è accostare il suo ambiente familiare, il terreno in cui lei è vissuta e dal quale non solo ha ricevuto l’esistenza, ma tutto ciò che l’ha aiutata a realizzare in sé il progetto di Dio. Senza questi genitori santi, forse non avremmo avuto questa santa. Della santità dei suoi genitori ne era convinta la stessa Teresina, quando in una delle lettere inviate a don Bellière (lettera del 26 luglio 1897), scrisse: «Il buon Dio mi ha dato un padre e una madre più degni del cielo che della terra». «Senza questo, non avresti avuto quello», disse un giorno mamma Margherita Sanson, avvicinando la sua vera all’anello pastorale del figlio, Giuseppe Sarto, il futuro Pio X. «La più grande santa dei tempi moderni» (così la definì San Pio X) è dono di genitori santi!

La santità di Teresa, così, mentre avvolge quella dei genitori, la riflette. Così racconta Teresa nella sua «Storia di un’anima»: «Il fiore che racconta qui la sua storia si rallegra perché farà conoscere le premure tutte gratuite di Gesù… [che] l’ha fatto nascere in una terra santa e quasi permeata da un profumo verginale. L’ha fatto precedere da otto gigli sfolgoranti di candore» (Manoscritto “A”, 11 - i gigli sono per Teresa i fratelli che l’hanno preceduta – lei è l’ultima di nove – e li definisce sfolgoranti di candore perché due sorelline e due fratellini morirono in tenera età e le altre quattro sorelle abbracciarono tutte, come lei stessa, la vita religiosa).

Luigi e Zelia si unirono in matrimonio il 13 luglio 1858 e il 13 luglio 1927 Pio X estendeva la memoria liturgica di Santa Teresa di Lisieux a tutta la Chiesa. A Lisieux, il 19 ottobre 2008, nella Giornata Mondiale delle Missioni, di cui la figlia è patrona, i genitori sono stati scritti nel libro dei Beati; il 18 ottobre 2015, altra Giornata Mondiale delle Missioni, Papa Francesco li ha iscritti nel libro dei Santi (il giorno in cui vengono ricordati è significativo; è l’unica data che li accomuna, il loro matrimonio: 13 luglio 1858).

 

Luigi Martin

Luigi, nacque a Bordeaux il 22 agosto 1823 da Pietro-Francesco Martin, capitano dell’esercito francese, e da Maria Anna Fanny Boureau. La sua prima formazione è legata alla vita militare di suo padre: dai tre anni e mezzo fino ai sette anni fece parte, a Strasburgo, degli Enfants de Troupe.

Nel 1831, poiché la sua famiglia si trasferì ad Alençon, frequentò gli studi presso i Fratelli delle Scuole cristiane.

Negato per la vita militare, si orientò verso il mestiere di orologiaio e si recò a Rennes, in Bretagna, per compiere il suo apprendistato.

Di indole contemplativa, amante della poesia, del disegno e della pittura, a 22 anni, nel 1845, tentò di entrare in monastero di San Bernardo, ma la sua entrata in convento fu rifiutata per la sua mancanza di conoscenza di latino. Per un certo periodo, mentre lavorava come orologiaio ed orefice, ne intraprese lo studio, ma in seguito abbandonò tale progetto.

Nel 1850 ad Alençon aprì un’orologeria-bigiotteria. Una lettera di Zélia, inviata il 1° gennaio 1863 al fratello Isidoro, testimonia le trappole e i pericoli che dovette superare in questa città per essere fedele al Signore. «Luigi conosce Parigi… e mi racconta quello che ha passato lui stesso e quanto coraggio gli occorse per uscire vittorioso da tutti quei combattimenti. Se tu sapessi per quali prove è passato!».

Luigi alimentava la sua fede con la celebrazione eucaristica, quasi quotidiana, e con l’adorazione notturna; la testimoniava esercitando la carità (per questo si era iscritto alla conferenza di San Vincenzo de’ Paoli), rispettando il riposo domenicale – atteggiamento questo che lo danneggerà economicamente – e partecipando ai pellegrinaggi; l’approfondiva con la lettura, la meditazione e il silenzio: per questo acquistò il Pavillon, una torre esagonale a tre livelli costruita in un giardino.

Il 13 luglio 1858, dopo soli tre mesi di fidanzamento, si sposò con Zelie Guerin, che aveva un negozio di merletti. Andarono ad abitare in via del Pont-Neuf, ad Alençon.

Negli ultimi tempi però si disfò del negozio per dedicarsi esclusivamente all'attività di amministratore dell'azienda della moglie. A differenza di Zelia, di cui ci sono pervenute 260 lettere, di Louis possiamo leggere soltanto 18 lettere.

Legato profondamente alla moglie, amante delle sue figlie, visse alla luce della fede le diverse situazioni: la morte dei suoi quattro bambini (la coppia ebbe 9 figli, ma solo cinque figlie giunsero all'adolescenza) e quella della moglie stessa. Dopo questo triste evento si trasferì con le figlie a Lisieux, sistemandosi nella casa trovata dal cognato Isidoro: les Buissonets.

Dopo la morte della moglie, nel 1877, Luigi vendette il negozio di merletti e si trasferi dal fratello di lei, Isidore Guérin, che viveva a Lisieux con la moglie e le due figlie.

Da qui, dopo un periodo di serenità, quattro figlie, una dopo l’altra, lo lasciarono per entrare in convento.

Nel 1888, dopo la partenza di Teresa, da lui amata in modo particolare, iniziò per Luigi il tempo del dolore: ricoverato prima all’Ospizio del Buon Salvatore a Caen e poi, colpito da paralisi, riportato a casa, fu amorevolmente assistito da Celina. Morì il 29 luglio 1894 all’età di 71 anni.

 

Marie-Azélie (Zelia) Guérin

Zelia Guerin, nata il 23 dicembre 1831 a Gandelain da Isidoro Guerin e da Luisa-Giovanna Macé, fu battezzata il giorno dopo nella chiesa di Saint-Denis sur Sarthon. Sua sorella maggiore, Marie-Louise, divenne suora nel convento della visitazione, mentre suo fratello minore, Isidore, era un farmacista.

Dopo gli studi presso il convento dell’Adorazione Perpetua, Zelia sente in sé il desiderio della vita religiosa. Ricevuto, però, il diniego dalla superiora a causa delle sue difficoltà respiratorie e dei continui mal di testa, Zélia si dedicò all’arte del «punto d’Alençon», un tipo di ricamo assai apprezzato, ma molto difficile. Affermatasi nel settore, aprì in proprio un laboratorio, coinvolgendo nella sua gestione lo stesso marito.

Con il personale riuscì a stabilire un rapporto familiare.

Animata dalla carità lottò contro ogni forma di ingiustizia – riuscì a smascherare, non senza paura, due falsi religiosi che disturbavano una bambina di otto anni – e si prodigò a favore dei bisognosi.

Amò i suoi figli – «Io amo i bambini alla follia, ero nata per averne» (lettera alla cognata, 15 dicembre 1872) - e per loro desiderava che fossero santi. Anche per lei desiderava la santità (lettera alla figlia Paolina, 26 febbraio 1876): «Vorrei farmi santa, ma non so da che parte incominciare; c’è tanto da fare che mi limito al desiderio».

Zelia non fu mai abbandonata dalla sofferenza (lettera a Isidoro, 7 novembre 1865): «La mia infanzia, la mia giovinezza sono state tristi come un sudario perché se la mamma ti viziava, con me, invece, tu lo sai, era troppo severa; quantunque tanto buona, non mi sapeva prendere e così il mio cuore ha molto sofferto»; «Spesso penso alle madri che hanno la gioia di nutrire esse stesse i loro bambini, mentre io devo vederli morire tutti, uno dopo l’altro» (lettera al fratello, 1° marzo 1873). Arrivò a dire (lettera alla cognata, 20 febbraio 1877): «Se il buon Dio mi vuole guarire, sarò molto contenta, perché in fondo desidero vivere; mi costa lasciare mio marito e le mie figlie. Ma nello stesso tempo mi dico: se non guarirò è forse perché per loro sarà più utile che io me ne vada».

Il 28 agosto 1877 muore all’età di 46 anni.

 

Un’aureola per due

I coniugi Martin sono stati canonizzati non perché hanno messo al mondo una grande santa, ma per aver aspirato alla santità come coppia. Ognuno di loro aveva pensato di consacrarsi al Signore nella vita religiosa, ma Dio aveva su di loro altri progetti e lì, sul Ponte san Leonardo, li ha fatti incontrare perché insieme, come sposi, potessero camminare nella via della santità dando un esempio luminoso di vita coniugale vissuta nella adesione alla volontà del Signore, nell’accoglienza e nell’educazione dei figli, nella realizzazione delle virtù umane e cristiane.

Come coppia, la loro gioia: vivere insieme e condividere tutto. Con la loro vita hanno annunciato a tutti la buona novella dell’amore in Cristo: un amore semplice, rinnovato quotidianamente, capace di effusioni e di tenerezze, pronto al sacrificio. A Zelia, che scriveva: «Ti amo più della mia vita», «Ti stringo con tutto l’amore che ho per te», «Ti seguo con il mio pensiero tutto il giorno», «Mi sarebbe impossibile vivere lontana da te», Luigi rispondeva firmandosi: «Tuo marito e vero amico che ti ama per la vita».

Il loro reciproco amore era noto a tutti. Le lettere di Zelia al fratello o alla cognata ne sono una testimonianza (lettera a Isidoro, 1° gennaio 1863): «Mio marito è un sant’uomo. Ne auguro uno simile a tutte le donne. Io sono sempre felicissima con lui: mi rende la vita molto serena»; (lettera alla figlia Paolina, 4 marzo 1877): «Egli mi comprendeva e mi consolava… I nostri sentimenti sono stati sempre all’unisono ed egli è stato per me un consolatore ed un sostegno».

Come sposi trovavano nella fedeltà al Signore la loro forza. A Zelia che era solita ripetere: «Dio è il Maestro e fa ciò che vuole», Luigi rispondeva: «Messer Dio primo servito». «Mio padre e mia madre andavano ogni mattina a Messa. Si comunicavano il più sovente che potessero. In Quaresima digiunavano e si astenevano dalle carni» (Celina, Procès de Béatification et canonisation de Thérèse, 335v).

Come genitori – loro che all’inizio della loro vita coniugale e per dieci mesi decisero di vivere il loro matrimonio nella castità, proposito che abbandonarono su consiglio del loro confessore e padre spirituale – accolsero con gioia nove bambini. La morte di quattro di loro non li scoraggiò, ma intensificò la loro fiducia e abbandono nel Signore. Sebbene entrambi lavoratori, hanno conciliato le esigenze delle attività commerciali con quelli della famiglia non delegando ad alcuno l’educazione dei loro figli.
«Non vivevamo più che per i figli. Questi erano la nostra felicità e non l’abbiamo mai trovata se non in loro. Tutto ci riusciva facilissimo. Per me era il grande compenso, perciò desideravo di averne molti per allevarli per il Cielo» (lettera a Paolina, 4 marzo 1877). (Celina, Procès., 336r): «Nostro padre amava molto i suoi figli. Egli aveva per noi una tenerezza tutta materna».

La casa Martin era una “piccola chiesa”: Luigi e Zélia educarono con le parole e l’esempio i figli alla fede – preghiera comune, partecipazione comune alle celebrazioni (e alle virtù) collaborazione vicendevole, comprensione, rispetto e correzione fraterna – favorendo la vocazione di ciascuno.

La religiosità dei coniugi Martin si esplicitava nella carità. Pur avendo una famiglia numerosa, non ricusavano di aiutare chi era nel bisogno (Celina, Procès.): «Se in famiglia vigeva la legge della parsimonia, con i poveri si era generosi. Si andava alla loro ricerca, si invitavano a casa e dopo averli rifocillati, vestiti, si esortavano al bene… Ancora vedo mia madre premurosa con un povero vecchio. Avevo 7 anni. Eravamo in campagna, quando incontrammo un povero vecchio. Mia madre manda Teresa a dare qualche spicciolo, ma lei iniziò a conversare con lui. Allora mia madre lo invitò a seguirci e lo condusse a casa nostra. Gli preparò un buon pranzo, gli diede dei vestiti e un paio di scarpe. Alla fine lo pregò di ritornare a casa nostra ogni volta che avrebbe avuto di bisogno. Mio padre, invece, si impegnava o a trovare loro un lavoro o a farli ricoverare. I poveri ogni lunedì mattina venivano ai Buissonets per cercare l’elemosina. Si donava loro soldi o cibo. Sovente era Teresa a svolgere questo compito. Un giorno, all’uscita della chiesa, incontriamo un povero. Mio padre lo invita a venire a casa con noi: gli offre da mangiare e gli dona tutto ciò di cui aveva bisogno. Alla fine, prima che andasse via, egli lo invita a darci la sua benedizione. Mio padre, io e Teresa ci inginocchiamo, lui ci benedice e poi va via».

Il card. José Saraiva Martins durante l'omelia del 19 ottobre 2008 ha riassunto così la straordinarietà della loro vita familiare:
«Qual è il segreto della riuscita della loro vita cristiana? Hanno camminato insieme con Dio alla ricerca della volontà del Signore e per essere sicuri di camminare nella vera volontà del Signore, si sono rivolti alla Chiesa esperta in umanità, cercando di conformare tutti gli aspetti della loro vita agli insegnamenti della Chiesa. L'accettazione dunque della volontà di Dio era per loro regola di vita. Essi hanno servito prima Dio nel povero, non per semplice slancio di generosità, né per giustizia sociale, ma semplicemente perché il povero è Gesù».

 

Beatificazione

Al livello diocesano, i processi per la beatificazione di Luigi Martin e di sua moglie Zelie Guerin furono istruiti separatamente. Essi si tennero rispettivamente nelle diocesi di Bayeux-Lisieux e di Sées, dal 1957 al 1960.

Le due cause furono poi unificate quando furono discusse di fronte alla Congregazione delle Cause dei Santi a Roma. Il 26 marzo 1994 la coppia fu proclamata venerabile da Giovanni Paolo II. Nel 1995 fu aperto in Vaticano il processo di beatificazione della coppia. All'intercessione della coppia è stato attribuito il miracolo della guarigione di un bambino di Monza, Pietro Schilirò, nato nel 2002 con una grave malformazione ai polmoni che non lasciava speranza.

Il 25 maggio, all’ospedale San Gerardo di Monza, Pietro Schilirò, quinto figlio di Adele e Walter, è appena nato ma non è in grado di respirare autonomamente.

I medici chiedono ai genitori di poter eseguire una biopsia polmonare per capire se il neonato sia stato colpito da un’infezione molto grave o sia invece affetto da una malformazione congenita. Un’operazione pericolosa per Pietro e i genitori decidono di procedere prima con il battesimo del piccolo e contattano padre Antonio Sangalli, carmelitano che viveva al Carmelo di Monza e amico da tanti anni, il quale dona un’immaginetta dei coniugi Martin raccontando che la coppia aveva perso quattro figli in tenera età, e quindi avrebbe potuto essere d’aiuto e conforto in quel momento di fatica e dolore e invita la famiglia a iniziare subito la novena ai Martin.

Il giorno seguente viene effettuata la biopsia sui piccoli polmoni di Pietro e il risultato dell’esame istologico non lascia speranze: “malformazione congenita maturativa del polmone”. La notte viene trascorsa in preda alla preoccupazione,e alla preghiera allargata ad amici, parenti ai quali di genitori chiedono loro di pregare per l’intercessione dei coniugi Martin consegnando loro l’immaginetta.

Il 26 giugno il bambino ha delle forti crisi respiratorie e il primario dell’ospedale non dà speranze. Mamma Adele chiede a tutti di intensificare la preghiera. E il 29 giugno quando ormai tutti erano pronti al peggio, la svolta; l’infermiera è incredibilmente ottimista perché ha potuto ridurre la quantità di ossigeno da somministrare a Pietro che iniziava a dare i primi segni di voler respirare da solo. Tre giorni dopo Pietro viene estubato, comincia a respirare autonomamente. Il 27 luglio il piccolo torna a casa.

Padre Antonio parla con i medici e informa la diocesi della straordinarietà di ciò che è accaduto e inizia il processo canonico dove sono stati intervistati tutti i testimoni che hanno partecipato alle cure per Pietro. Dopo un mese di indagini il cardinale Tettamanzi chiude il processo canonico e nel 2008 Papa Benedetto XVI conferma che la guarigione di Pietro è un fatto miracoloso, opera del Signore attraverso l’intercessione dei coniugi Martin.

Il 19 ottobre 2008 Zélia e Luigi Martin sono stati beatificati dal card. José Saraiva Martins, legato di Papa Benedetto XVI, nella Basilica di Santa Teresa di Lisieux.

 

Canonizzazione

Il 18 marzo 2015, nel corso di un’udienza privata con il card. Amato, Prefetto della Congregazione per la causa dei Santi, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che riconosce il miracolo della guarigione della piccola Carmen, attribuito all’intercessione dei beati coniugi Luigi e Zelia Martin.

Carmen è nata dopo 28 settimane di una gravidanza molto difficile il 15 ottobre 2008, 4 giorni prima della beatificazione dei coniugi Martin. «Preparatevi al peggio» annuncia la levatrice. Le complicazioni, frequenti in un prematuro, si moltiplicano: difficoltà respiratoria, cardiaca, doppia sepsi, emorragia cerebrale allo stadio più avanzato, ecc. Essendo la bimba nata il giorno della festa di Santa Teresa d’Avila, il papà entra in un Carmelo fuori città. Le suore si prendono a cuore questa intenzione. I genitori partecipano ogni domenica alla S. Messa e ritornano subito all’ospedale.

A fine novembre, il caso sembra disperato. Per la prima volta la mamma ha il diritto di toccare la sua bimba, l’incubatrice rimane aperta. La famiglia inizia a parlare della sepoltura.

Il 23 novembre, la Priora del Carmelo consegna ai genitori la preghiera a Luigi e Zelia in spagnolo. Non li conoscono affatto, e non conoscono nemmeno la loro famosa figlia Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo. Il giorno successivo avviene un provvidenziale trasferimento d’ospedale. Contrariamente ad ogni aspettativa, Carmen lo sopporta, l’infezione viene stroncata. Comincia il recupero e viene dimessa il 2 gennaio 2009.

Rimane una grave preoccupazione: l’emorragia cerebrale dilata il cranio della bimba e la fa soffrire. È previsto un esame il 19 febbraio. Probabilmente occorrerà operare. Nuove preghiere ai coniugi e genitori Martin, le cui reliquie passano provvidenzialmente dal Santuario di Lerida. Il padre di Carmen, il fratello maggiore Ismaël (nato nel 2004), e i nonni vanno a ringraziare e intercedere. Dal loro convento, le carmelitane si uniscono alla loro preghiera. Alcuni giorni dopo l’ecografia rivela che l’emorragia cerebrale è scomparsa, rimangono solo le cicatrici, e, cosa ancor più sorprendente (a tutt’oggi i medici non riescono a spiegarla), l’assenza totale di postumi neurologici o motori.

Papa Francesco ha canonizzato i beati Luigi e Zelia Martin, genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino, nella Giornata Missionaria Mondiale di domenica 18 ottobre 2015 in piazza San Pietro, nell'ambito del Sinodo dei Vescovi sulla Famiglia. Si tratta del primo caso di canonizzazione di una coppia di sposi.

Bergoglio ha detto più volte di essere particolarmente legato alla "Santa delle rose”, alla quale si affida. Intervistato dal magazine francese Paris Match il pontefice ha detto tra l’altro: «A lei, che si è lasciata semplicemente sostenere e trasportare dalla mano del Signore, chiedo spesso di prendere nelle sue mani un problema che ho di fronte, una questione che non so come andrà a finire, un viaggio che devo affrontare. E le chiedo, se accetta di custodirlo e di farsene carico, di inviarmi come segno una rosa. Molte volte mi capita poi di riceverne una...».

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